postheadericon La Rimini sconosciuta ai Riminesi doggi

Con un sole già alto e splendente su una campagna ancora verde i cui campi sono ordinati, arati pronti per le semine autunnali, io continuo a leggere fra divertimento e nostalgia, gli episodi di vita che Don Probo Vaccarini ha raccolto nel suo libro.
Poichè sono nata in via Bertola sopra la Farmacia Valesi, molti dei personaggi e delle tradizioni, di cui Don Probo parla, non mi sono sconosciute, ma quando passo oggi nelle strade, che formano il centro di Rimini, vedo pochissime case rimaste che mi ricordano il passato.
Questo libro è come aprire una porta ai ricordi.
Rimini, come tante altre città, aveva i suoi personaggi tipici, che oggi non tutti conoscono, sia perchè i cittadini sono troppo giovani, sia perchè anche se riminesi sono provenienti da altre contrade, paesi o città.
Come nei quattro borghi: Borgo Marina, Borgo San Giuliano, Borgo San Giovanni e Borgo Mazzini esistevano personaggi, storie, avvenimenti, anche il cuore antico della vecchia città aveva le sue figure, le sue storie.
A differenza di oggi, anche alla sera i vicoli della città di Rimini si riempivano di frastuoni, dopo cena i bambini, magari masticando ancora l’ultimo boccone, uscivano di casa per ritrovarsi allegramente fra di loro a giocare e a rincorrersi, quelle strade allora erano prive di ogni tipo di traffico e pericolo, solamente quando arrivava “Pipet”, piccolo e magrissimo, l’adetto che accendeva i lampioni con una lunga canna dove lateralmente c’era una torcia, i bambini dei vicoli correvano a casa.
Appena le strade erano illuminate uscivano i vecchietti spesso con un panchetto o una sedia impagliata, che appoggiavano al muro sedendosi comodamente, poi riempivano la pipa che avevano perrennemente in bocca e le donne facevano d’aguccio.
Alla Mattina presto Pipet annunciava le condizioni metereologiche mentre spegneva i lampioni.
Nella strada di Santa Chiara abitava Bigulin e Bigulone, poi c’erano due sposi detti l’articolo “il “, perchè lui altissimo e lei piccolissima, il loro lavoro era di parcheggiatori, nel vicolo che fa angolo con la piazzetta San Martino, ma di biciclette per le persone che andavano al cinema Fulgor o al Supercinema.
Un sempliciotto che non faceva male a nessuno era “Mario d’la capletta” , un orfanello adottato, al quale i genitori avevano messo al braccio un secchio (capleta), perchè avevano capito che era l’unico modo perchè non si perdesse e ritornasse a casa. Mario sapeva solo che col secchio doveva andare a prendere l’acqua alla fonte per la mamma e quindi col secchio al braccio girava libero per le strade senza perdersi.
All’angolo di via Bertani e l’angolo di Perugin c’era l’officina di Floriano, il fabbro, che nei giorni di mercato legava il cavallo che aveva nella stalla, al carro e andava a vendere le ferramente di sua fabbricazione.
Per la festa di S. Antonio Abate. Floriano portava il suo cavallo, come del resto tutti quelli che abitavano nelle altre borgate i loro animali, in piazza Giulio Cesare ( oggi piazza tre Martiri) per farli benedere.
Durante la funzione ricevevano il Pane Benedetto e un’immagine del Santo circondato da tutti gli animali domesti, immagine che veniva appesa alle pareti della stalla o delle case.
Dal Borgo San Giuliano, partivano i fiaccherai, attraversando tutto il Corso, con i loro cavalli tutti bardati a festa, ben strigliati e con pennacchi variopinti per arrivare davanti alla Cappella di S. Antonio, capitava che spesso litigassero con i contadini perchè ritenendosi “cittadini” volevano il diritto di precedenza, ma i contadini procedevano con i loro buoi maestosi indifferenti.
Piazza Giulio Cesare ancora piastrellata con i mattoni romani, era proprio come nell’antichità il centro d’incontro, quindi in quella giornata era gremita di una folla composta di ogni ceto e con ogni tipo di animaletto: dalle galline starnazanti, ai cani, gatti piccoli grandi, era una festa speciale, in fila per due passavano sotto i portici i bambini vestiti da chierichetti, mentre il frate dava a ognuno la benedizione.
Un altro personaggio, che non riuscirò mai a dimenticare, era Silvio, sempre elegante e impomatato che attraversava il mercato e il Corso, poi si fermava all’improvviso e con un battere di tacco esclamava “Dove passa Silvio passa l’amore”. Non fu mai volgare o violento, incapace di far del male, ma sempre scherzoso, purtroppo troppo solo e trovò nel fiasco la soluzione ai suoi dispiaceri.
Vorrei raccontare ancora e ancora, ma non voglio annoiare nessuno, il mondo oggi va di fretta, non si sofferma su nulla, la città è cambiata, si è allargata, si è unita alle borgate, solo per certe feste si rispolverano i ricordi.
Come dicono i Napoletani, i Riminesi veraci non ci sono quasi più, ma sono convinta che i nuovi riminesi amano e rispettano questa antica città, che non si è mai lasciata abbattere da niente e da nessuno.

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