Gone with the wind
Febbraio 11, 2008
1936 Margaret Mitchel scrive uno dei più bei romanzi d’amore vincitore del Premio Pulitzer nel 1937 e nel 1939 Hollywood lo porta sugli schermi, in Italia arriva al 3 Novembre 1951 e il mondo ne rimane affascinato.
Su questo film, riconosciuto e stabilito uno dei capisaldi del cinema, è molto difficile parlare, ogni volta che lo riguardo noto sempre la bravura di attori, che ti parlano, come oggi sempre meno avviene
La trama del film:
Guerra di secessione.
Rossella, egocentrica fanciulla del Sud, è innamorata di Ashley che però sposa la cugina Melania.
Rossella, sopravvive alla guerra di Secessione e a due mariti,
pur continuando ad amare Ashley, si sposa con Reth,
non consapevole che poi diventerà il suo unico grande amore
e caparbiamente tenterà in seguito di riconquistarlo!
“Dopotutto, domani è un altro giorno!”
“Via col vento” un gigante del palinsesto hollywoodiano e per antonomasia la più famosa testimonianza di un cinema d’eccellenza ormai scomparso, la lavorazione del film è senza dubbio una delle più complesse e travagliate della storia del cinema:
complessivamente richiese circa due anni per poter essere realizzato e
il suo completamento è dovuto principalmente al grande sforzo economico e lavorativo di Selznick.
Il film-fiume più famoso della storia del cinema, campione assoluto d’incassi in dollari fino agli anni ‘70 (ma rimesso poi
al 1° posto della classifica per numero di spettatori paganti).
Nel 1998 l’American Film Institute ha collocato Via col vento al quarto posto
della lista dei cento film più importanti (dopo Quarto Potere, Casablanca e Il Padrino).
Gone with the wind girato in Technicolor, melodramma d’amore
fu diretto da quattro registi (uno solo accreditato, V. Fleming), due fotografi d’eccezione,
dieci sceneggiatori (tra licenziati e non accreditati), sei compositori,
oltre 160 mila metri di pellicola (soltanto 200 per i titoli di testa),
trionfatore assoluto al box office con circa 200 milioni di dollari d’incasso (riedizioni comprese),
primato assoluto, tutt’oggi imbattuto, di spettatori (30 milioni), circa ottanta set di riprese, 4000 comparse,
1500 attrici coinvolte nei provini per l’assegnazione del ruolo di Rossella O’Hara (tipo Bette Davis,
Joan Crawford, Paulette Godard, Katherine Hepburn),
sono soltanto alcuni dati che, assemblati, determinarono lo strabiliante successo del film.
Ma il vero artefice di questo lussureggiante melodramma in costume è senza dubbio il suo produttore,
David O’Selznick. La megalomania e il talento indiscusso di questo producer indipendente -
tentò in seguito di emulare le gesta di Via col Vento con altre faraoniche produzioni (Duello al sole tra tutte) -
sono alla base di un trionfo senza precedenti. Di tasca sua e senza alcun sostegno esterno, Selznick tirò fuori,
oltre il budget completo (4 milioni di dollari, condivisi con la MGM), 50.000 dollari per acquistare i diritti del romanzo di Margaret Mitchell
(rifiutò la proposta di scrivere un sequel),
ed altri 400.000 per pagare la moglie di Clark Gable, cifra richiesta dalla donna per accordare il divorzio al celebre divo,
tra l’altro molto recalcitrante ad accettare il ruolo di Rhett Butler, anche se leggendo il libro solo lui, Clark Gable, ti appare davanti agli occhi.
Senza scrupolo e pronto a sormontare con ogni mezzo qualsiasi imprevisto o difficoltà, Selznick,
tanto per citare un episodio che è emblema di tanti altri,
non esitò affatto ad incendiare i set e le scenografie di King Kong (1933, altro suo gioiello)
pur di dare un’impronta ultra spettacolare alla sequenza dell’incendio di Atlanta.
Girato nel caos più totale ma in gran segreto, davvero in trincea (a nessuno era permesso avvicinarsi),
non esistono, di fatto, se non in rarissimi casi testimonianze fotografiche o filmati che documentino le varie fasi delle riprese.
Selznick era ossessionato dall’idea di essere imitato o plagiato;
ogni sua lavorazione prendeva corpo a livello di vero e proprio segreto di stato.
Sta, di fatto, che Via col vento, pur nell’affresco dimostrativo di un’epoca e
nell’intento descrizionista di un romanticismo epico e tormentato,
rappresenta oggi la testimonianza del potere hollywoodiano e del suo monumentale quanto efficace apparato produttivo.
La frase originale in inglese di Rhett è “Frankly, my dear, I don’t give a damn.”, passò alla storia.
(Il termine Damn, traducibile con dannazione/maledizione, aveva una connotazione volgare e blasfema
per l’epoca di uscita del film e offese la sensibilità di molti tra il pubblico.)
Selznick riuscì a dimostrare che il termine era si volgare, ma non blasfemo,
e ottenne di pagare una multa mantenendo la frase invariata.
In un sondaggio tenuto negli USA nel 2005 dall’American Film Institute,
questa frase è stata eletta come la più memorabile nella storia del cinema.
La traduzione italiana, molto più castigata è “francamente me ne infischio”.
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