Archivio di ottobre 2008
La
Continuando a leggere il libro di Don Probo Vaccarini, riscopro la Rimini dei miei genitori, una Rimini degli anni Venti, dove le case non rispecchiavano certamente il benessere di oggi.
Nelle cucine, che venivano utilizzate anche come camere da letto, c’era solamente un tavolo qualche sedia o qualche panca, in quelle più ammobiliate si trovava anche una credenza “la vidreina” in cui si riponevano gli oggetti che non potevano essere appesi al muro.
La credenza talvolta veniva sostituita da un’angoliera di circa un metro di larghezza e i pranzi, a quei tempi, consistevano soltanto in un piatto di minestra quasi scondita e un pò di piada, impastata con farina di grano e di granturco, solitamente ci si univa erbe cotte o crude, ciò che oggi sono diventati i prelibati cassoncini.
Nonostante tanta miseria, la gente era serena, viveva con poco e alle velie serali si raccontavano della venuta a Rimini del Re Vittorio Emanuele III e del suo soggiorno al Grand Hotel.
Erano episodi importanti, che rimasti nella memoria dei vecchi, venivano tramandati ai più giovani, inoltre i narratori non s’interessano dei motivi dell’augusta visita, ma si limitavano a descrivere la sontuosità dell’ambiente, l’eleganza dei vestiti e del cerimoniale, lo splendore dei gioielli e soprattutto dei lauti pasti che venivano serviti, se si pensa che quella povera gente qualche volta come aggiunta alla solita piada con le erbe, si comprava anche una aringa, che appendevano alla trave sopra la tavola, in modo che potessero raggiungerla allungando un braccio.
I commensali affamati, ciascuno con un pezzo di piada in mano, davano una strisciatina a quella ghiottoneria penzolante, per insaporire in tal modo il pezzo di piada e stavano anche attenti, che nessuno stisciasse più forte degli altri.
Mi rendo conto che facciate fatica a crederci, ma allora il soldo non era così abbondante nelle tasche, le donne andavano all’Ausa, dove oggi c’è il parco Cervi, a lavare i panni dei nobili o facevano le materassaie o andavano a servizio, gli uomini iniziavano da piccoli andare a bottega per imparare un mestiere e poi se andava bene trovavano lavoro presso qualche artigiano o ambulante commerciante e i bambini venivano sistemati come meglio potevano: vicine di casa, suore, fratelli più grandi..
La vita di allora a Rimini non era diversa dalle altre città d’Italia.
Lo straccivendolo passava in bicicletta e pedalando a passo d’uomo gridava ad intervalli regolari: straz, don oooh! Peli ad cunei!”, perchè, miei cari, i conigli venivano allora venduti vivi sul mercato dai contadini, che il sabato e al mercoledì scendevano a piedi a Rimini dai dintorni campagnoli. Quindi le massaie se li facevano uccidere e poi una volta scuoiati i conigli le pelli venivano fatte asseccare e vendute allo stracciaiolo.
Il mercato era all’aperto e allora si trovava nel piazzale Santa Rita, dove oggi c’è il parcheggio, vicino la Caserma Castelfidardo, dalla quale uscivano ed entravano ufficiali in bellissime uniformi con tanti gradi sugli alti cappelli.
I banchi del mercato avevano solo il tendono che riparava la verdura e frutta e le donne, infaggottate da scialli di lana fatti a mani, portavano sempre uno scaldino pieno di carboni ardenti per potersi riscaldare.
Erano anni freddi, dove anche nelle case c’era solo la stufa economica o la rola, che era una parte alta di camino dove veniva acceso il fuoco e si cucinava, e nel letto per riscaldare le lenzuola “la suora e il prete”.
Erano gli anni dove il fascismo imponeva l’uso della lingua nazionale, proibendo ogni vocabolo straniero come: Hotel, taxi e persino nomi di persona stranieri.
Chi veniva dalla campagna si sforzava in tutti i modi di parlare l’italiano.
Riguardo alla campagna non occorreva andare lontano, poichè uscendo dalla porta Montanara non c’era più nulla, solo il lavatoio col mulino, in tutta l’odierna via Covignano non vi era una casa, era solo aperta campagna, così come dalle Celle o dalla Colonella si estendevano lembi di terreni coltivati con i loro vecchi casolari e qui si svolgevano antiche feste-sagre contadine come quella della Madonna dei fichi.
Intere famiglie si trasferivano in città in cerca di lavoro e per non essere chiamati “contadein” o “gabiet” (garzone) cercavano di usare il meno possibile il dialetto, il linguaggio che ne derivava era un misto di dialetto riminese intramezzato con parole oriunde di italiano.
Ma anche la spiaggia di Rimini era anni luce lontana da quella di oggi, quattro o cinque bagnine donne, vestite con grembiuli e un fazzoletto bianco legato alla pirata, preparavano il mastello di acqua dolce per sciacquare i costumi dopo il bagno per togliere la salsedine e poi appenderli. ( i costumi allora erano di lana).
Erano donne talmente abbronzate che sembravano mulatte, avevano delle cabine pubbliche, che servivano da spogliatoi, erano due alti e grandi capanni con la porta verso il mare distanti fra loro circa sei metri, lo spazio era racchiuso e coperto da stuoie oppure da tende fissate su di un telaio di legno. Al centro una tavola e delle panche, che servivano per giocare a carte, mangiare, o fare un riposino, a lei “alla bagnina” si consegnava il portafoglio o altri oggetti.
Le domeniche erano più affollate perchè, a differenza di oggi, i riminesi con le loro biciclette andavano al mare e si godevano la loro spiaggia accontentandosi di poco ricchi di quei valori, che la vita di oggi ci ha fatto dimenticare.
Landron di perugin
Tenere un blog è una cosa che mi appassiona, non perchè sia un diario personale, che dunque essendo personale e privato, non vedo logico renderlo così pubblico, ma per raccontarci anche spezzoni di vita, come un memorandum, per esprimere, nei limiti del dovuto, opinioni o ricordi del passato, che col tempo vengono accantonati dalla nostra memoria.
Cercando dunque domenica fra i tanti libri lasciatimi dai miei genitori, per informazioni sulla vecchia Rimini, ho trovato un libro “L’andron di Perugin”, scritto da Don Probo Vaccarini, oggi parroco a San Martino in Venti, una delle tante colline verdi ricche di ulivi e vigneti, che circondano la mia città “Rimini”.
Molti si chiederanno, anche i giovani riminesi di oggi, ma dov’era l’Andron di Perugin?
Ebbene “L’Andron dei perugin” negli anni venti era il soprannome di via Marco Minghetti, qui regnava un alto senso di solidarietà, che si mostrava nelle più svariate occasioni.
Don Probo ha scritto questo libro, parlando e descrivendo la vita dei riminesi di allora inserendo anche qualche tipica frase dialettale, per meglio rendere il concetto anche della vita del centro di Rimini, poichè le maggior informazioni di vita sono sul Borgo San Giuliano.
Una vita, che pur in mezzo a povertà, era vissuta tuttavia con molto naturalezza e senza la smania di ricercatezza, che per tanti versi caraterizza l’esistenza del nostro tempo.
La gente si accontentava di poco e qui nell’Andron di Perugin il benessere era limitato con modi di vivere e di agire spesso primitivi e rudi. infatti gli schiamazzi, i litigi e i pettegolezzi per le strade erano sotto gli occhi di tutti.
Girando le pagine del libro il mio occhio è caduto su un personaggio soprannominato “E’ Svezer” .
Stupore e meraviglia poichè questo piccolo uomo chiamto “e’ Svezer” è mio nonno Luigi Serafini sposato a Maria Marchini, che giovanissi uniti in matrimonio partirono da Montefiore con le loro poche cose per la Svizzera, senza alcuna idea della nuova terra, parlando a malapena l’italiano, ma con tanta voglia di migliorare la loro vita.
Restarono là a lavorare per tantissimi anni, ritornando con tre figlie e 1 maschio, tutti grandi tanto che il maschio partì militare per l’ Abissinia.
Avendo vissuto per così lungo tempo in Svizzera, il soprannome fu appioppato a tutta la famiglia, qui li chiamavano gli Svizzeri e lassù oltre Alpe”CINCALI”: , che sta per cinquaioli (dialetto svizzero tedesco, dalla fine dell’Ottocento: cincali equivaleva a tschingge, dal suono che faceva alle orecchie elvetiche il grido cinq! lanciato dagli italiani quando giocavano alla morra, allora diffusissima).
Mia mamma “Ida”, la più grande non parlava l’italiano e così fu messa in classe con bambini più piccoli e per tutti era la “Svizzera”, con questo nomignolo fu indicata, conosciuta per tutta la vita fino alla sua morte.
L’annetodo di vita trovato, che riguardava mio nonno, era che, avendo mio nonno tornato a Rimini e aperto un negozio di generi alimentari sull’”Angolo di Santarcanzul”, veniva spesso multato dal “Pizardun” (i vigili di oggi) , che faceva ogni giorno da negozio in negozio un giro di controllo per controllare che non mancasse il cartellino dei prezzi sulle merci.
In caso che non ci fosse stato o non messo per tempo, i commercianti venivano multati.
Così le famiglie vicine vedevano spesso “e’ Svezer”, mio nonno, avviarsi con una coperta e un fiasco di vino alla prigione, che allora era la Rocca Malatestiana. Lì in fila uomini e donne aspettavano di entrare per passare la notte o le notti, a seconda di quanto alta era la contravenzione ricevuta, scontando così il debito con lo Stato.
Infatti in quel tempo chi non aveva denaro poteva scontare le contravenzioni anche con la prigione.
Altre multe che venivano allora appioppate era per la mancanza di bollo, che il Governo aveva stabilito di imporre alle biciclette, unici veicoli da tassare, che circolavano. Questo bollo era una specie di targhetta di alluminio alta circa 3 centimetri, in cui era stampigliato al centro l’anno in corso. Il bollo veniva applicato sotto il fanale, perchè fosse ben visibile.
Spesso La famiglia Reale: I Savoia concedevano per delle ricorrenze speciali: nascite di figli o anniversari e altro, il condono.
La Regina Margherita conosciuta per la sua bontà riceveva spesso lettere da questa povera gente, che chiedevano il condono per tali multe.
Oggi non c’è questa povertà, ma il Comune non ha smesso di tartassarci con le multe e toglierci dalle tasche, magari con quelle infernali videocamere, ogni nostro sudato risparmio.
Perchè la Marini
E’ scandaloso quello che succede nella nostra televisione, veline straniere elette per la trasmissione, ma senza permesso di soggiorno, ma come è possibile una cosa simile? non ci sono donne sufficentemente belle in Italia? Cos’è questa strana passione per tutto ciò che viene dall’estero? quando qui abbiamo bellezze mediterranee tipo Sofia, Lollo, Mangano, Pampanini e tante altre ancora, nel passato, nel presente:Ferilli, Cuccinotta e tante altre sconosciute in ogni regione dell’Italia, che rappresentano i colori, le tradizioni della nostra terra?
Ma noi italiani siamo speciali nell’ammirare tutto ciò che viene da fuori
“l’erba del vicino è sempre più verde”!
Ma non basta, dalla televisione ci rimbambiscono con questi format tutti uguali, ma sempre più scemi e pieni di presuntuosi, che cercano la via più breve per fare denaro senza fatica.
Ora è il turno “dell’isola dei famosi” e qui è tutto da ridire.
Primo: che ci fa la Marini sull’isola senza fare nulla?
fare mostra di sè stessa sempre in pose ben studiate?
mi hanno detto che era andata per alzare l’odiens, ma pubblicato sui giornali ho letto, che è andata per 50.000,00 Euro a settimana, ripeto a settimana non a mese e questo è veramente uno schiaffo a chi non ha lavoro, a chi fa fatica arrivare alla fine del mese, a chi non trova una casa ed è costretto a fare il “Mammone” come il caro ministro Bersani ha definito i nostri giovani,
ma come mai anzichè di gettare così i soldi al vento non trovano una possibilità di far vivere decorosamente questi giovani?
Ora su quest’isola dalla Vento, che dovrebbe imparare a lavorare, magari un orticello per capire quanto sia difficile vivere, a Cabrini si sono ritirati, ora è la volta dell’infermiera, che oltretutto sta male, e qui paradosso del paradosso la signora Ventura ha fatto uno scandalo e ha dichiarato, con voce alquanto sostenuta, di guardare la Marini vero esempio di forza, il vero unico naufrago sull’isola.
Ma ha forse sognato? era forse su un’altra rete,guardava un altro programma? o forse il fatto che tutti la definiscono “la signora della TV” le ha dato veramente alla testa.
Sicuro è che il programma è orrido, la Marini fuori luogo con tutte quelle pose, smorfie teatrali. ci vuole ben altro per essere una “Diva”, magari potrebbe guardarsi qualche film di Gloria Swanson o Greta Garbo, Paulette Goddard, Rita Hayworth per capire cosa vuole dire diva.
Le dive deglia anni ’30 con pelle luminiscenti, levigate, occhi enormi scintillanti, espressione altera per effetto dello sguardo e del mento, sempre leggermento sollevato, emanavano dallo schermo quella straordinaria seduzione, che dava loro il potere di dettare una moda, di esercitare influenza sui comportamenti giovanili, di spadroneggiare sul set, scegliendo accuratamente i collabotori, supervisionando i soggetti, scrivendoli direttamente, tiraneggiando produttori ed estendendo il loro dominio anche sulla regia.
Fatto è che preferisco andarmi cercare qualche film vecchio su Skype che guardare certi programmi.
Ci lamentiamo dei momenti difficili che l’Italia sta passando, come con l’Euro sia tutto più caro e poi permettiamo un tale spreco? Se boicotassimo certe trasmissioni, se ci rifiutassimo solo di guardare programmi tipo
“La Talpa – Il ballo delle debuttanti – Tronisti- etc”
certamente si darebbero da fare a fare della buona televisione, con sceneggiati come
“Il Mulino del Po” con Raf Vallone di Bacchelli, “La Cittadella” di Cronin con Alberto Lupo, “Ottocento” di Gotta con Virna Lisi e Lea Padovani, le commedie di Eduardo Scarpetta con tutti i De Filippo, le commedie dialettale in genovese di Gilberto Govi, il Mattatore con il grande Gassman, I Miserabili con Gastone Moschin….
Era una televisione stupenda: buona recitazione, bravissimi attori di teatro, era un piacere aspettare la sera, chi non aveva mai letto un romanzo si faceva una leggera cultura, ora che si fa? la cultura sui corpi rifatti! Ah dì, può essere bella chiunque col silicone, ma noi la mente ce la dobbiamo far siliconare…..?
Ricordando Alberto Marvelli
Oggi 5 Ottobre si ricorda il Beato Alberto Marvelli, che morì il 5 Ottobre del 1946.
Alberto nacque a Ferrara il 21 marzo 1918, ma la famiglia si trasferì a Rimini nel 1930 e qui si dedicò attivamente con profonda carità ad aiutare il prossimo.

Marvelli generoso, forte di carattere ebbe un forte senso della giustizia. Praticava tutti gli sport, ma in special modo la sua passione fu la bicicletta, e in bicicletta si recava ovunque per correre in soccorso dei feriti, portando borse piene di cibo per i poveri.
La bicicletta fu il mezzo del suo apostolato e Alberto diventò l’operaio della carità.
Si laureò a Bologna in ingegneria meccanica, al 30 giugno 1941 partì militare, ma venne rimandato a casa avendo sotto le armi altri tre fratelli, lavorò per un breve periodo a Torino nella Fiat, ma con la caduta del fascismo tornò a casa a Rimini, dove dopo ogni bombardmento era il primo a correre per sottrarre da sotto le macerie i sepolti vivi, spesso tornava a casa senza scarpe o senza bicicletta, che aveva donato a chi ne aveva più bisogno.
Lottò contro i Nazisti riuscendo a salvare molti giovani dalle deportazioni tedesche, ma non solo riuscì ad aprire vagoni già sigillati, piombati in partenza dalla stazione di Santaracangelo.
Il suo impegno fu intenso in ogni settore, che si trattasse di cercare un alloggio agli sfollati, che salvare donne e bambini ebree dalla deportazione per i campi di concentramento.
Alberto Marvelli aveva scelto la strada di Gesù e su un piccolo block notes scrisse” servire è migliore del farsi servire, Gesù serve”.
A lui venne affidato dal Genio Civile il compito della ricostruzione della città di Rimini, nel 1945 fu chiamato dal Vescovo per dirigere i Laureati Cattolici, il suo impegno era chiuso in due parole: cultura e carità, infatti amava ripetere
“Non bisogna portare la cultura solo agli intellettuali, ma a tutto il popolo”,
così diede vita ad una università popolare e ad una mensa per i poveri, dove scodellava le minestre e ascoltava le loro necessità.
La sua attività fu instancabile ed fu uno dei fondatori delle ACLI e nella rossa Romagna costruì una bianca Cooperativa di Lavoratori Edili.
Ragazzo di 28 anni fu una figura estremamente importante e percursore del Concilio Vaticano II. Il Papa Giovanni II il 29 maggio 1982 lo additò alle migliaia di persone convenuti a Rimini per il Meeting dell’Amicizia, suggerendo ai giovani di prenderlo come esempio di vita.
Fu Beatificato il 1° mARZO 1968 e la salma fu traslata dal cimitero alla Chiesa di S. Agostino, il 22 Marzo del 1986 fu promulgato il decreto sulle virtù e dato il titolo di venerabile.
Fu Beatificato da Papa Giovanni II il 5 settembre nel 2004 a Loreto.
Alberto Marvelli, quando morì, lasciò un grande vuoto nel cuore delle persone che lo conoscevano, lo piansero in tutta Italia, ma in special modo, la sua diletta Rimini non lo ha mai dimenticato. In questo rimpianto il Comune h chiamato piazza Marvelli quella che era piazza Tripoli.
Tempio Malatestiano

E’ il più illustre e famoso dei monumenti riminesi e insieme un esempio fra i più significativi dell’Architettura Italiana del Rinascimento. Il Tempio Malatestiano è stato anche definito il più contradittorio per la sua divergenza architettonica “l’interno e l’esterno”. Nel 1809 il Tempio era stato elevato al rango di Cattedrale di Rimini col titolo di Santa Colomba.
Sulla facciata del Tempio, entro la trabeazione, c’è l’iscrizione:
Sigismundus Pandulfus Malatesta Pan(dulfi) Fil(ius) V Fecit Anno Gratiae MCCCCI
e entrando l’interno, che apparirà agli occhi del visitatore, sarà di straordinaria bellezza:
una navata, richiamante la tradizione delle chiese francescane con soffitto a travate lignee e capelle ogivali, che si aprono ai lati.
Andrea de’ Pasti trasse aspirazione da temi affrescati nella Chiesa di S. Anastasia a Verona. Nella ghiera degli Archi di tre Cappelle è incisa e ripetuta la stessa iscrizione malatestiana della facciata: due iscrizioni nel fregio sotto la trabernazione ricordano a destra l’opera di Agostino di Duccio e sulla parete opposta, quella di Matteo de’ Pasti.
A destra dell’ingresso: la Tomba di Sigismondo Pandolfo Malatesta, di forme rinascimentali e probabilmente incompiuta del fiorentino Franc di Simone Ferrucci; le due formelle in alto ai lati dell’arco sempre di scuola fiorentina.
I Cappella d. è chiusa da eleganti transenne marmoree intercalate da colonnette con putti reggiscudo e col motivo ricorrente nei riquadri traforati, dello stemma malatestiano e delle iniziali S.I. i pilastri dell’arco sono retti da coppie di elefanti in bardiglio, sono ornati da dodici nicchie con le immagini ad altorilievo, paggi reggiscudo.
Straordinario è l’affresco sopra la porta all’interno del Sacello della Reliquia: Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a S. Sigismondo, opera di Piero della Francesca eseguita nel 1451.
II Cappella d, detta degli Angeli o di Isotta e dedicata a S. Michele Arcangelo, di gusto veronese sormontata da 10 deliziosi e volutamente umoristiche statuette di putti reggistemma, lungo i pilastri formelle a bassorilievo con Angeli musicanti e danzanti.
Sulla parete a sin. la monumentale Tomba di Isotta degli Atti, ricca di grandiosi spunti araldici e epicentro sentimentale del tempio, il sarcofago è retto da due elefanti e protetto dal manto nobiliare e due angeli reggono sulla fronte dell’urna l’iscrizione: Isottae Ariminensi B.M. Sacrum MCCCCI. Sulla parete il grande Crocifisso su tavola dei primi anni del Trecento attribuito a Giotto.
III Cappella d. di S. Girolamo o dei Pianeti, i pilastri poggiano su basi circolari con putti reggifestoni, 18 formelle marmoreee a bassorilievo con elegantissime figurazioni di Simboli dello Zodiaco e dei Pianeti.
Nella II Cappella sinistra detta dell’Angelo Custode o dei Giuochi infantili era dedicata anticamente al Beato Galeotto Malatesta, qui furono sepolte le prime due mogli di Sigismondo: Ginevra d’Este e Polissena Sforza; 18 formelle su fondo turchino con una serie di deliziosi Putti che giocano.
La Cappella a sinistra detta della Pietà o della Madonna dell’Acqua, prende il nome dal piccolo simulacro della Vergine col Figlio morto, di scuola nordica del XV sec. quadro veniva portato in processione per invocare la pioggia o il bel tempo.
Il profilo di Sigismono e di Agostino di Duccio sono visibile sulla base del pilastro nella I Cappella a sinistra, qui si trova anche la grandiosa Arca degli Antenati, entro una nicchia e paludata di un grande panneggio tinto d’azzurro e dorato, di singolare effetto coloristico.
Sigismondo volle che qui fossero raccolti i resti mortali dei suoi antenati e dei discendenti, come chiarisce l’epigrafe al centro del sarcofago. Sulla fronte dell’Arca due bassorilievi con Minerva e un gruppo di eroi, fra questi Sigismondo, e il Trionfo di Scipione, da cui i Malatesta attestavano di discendere.
Per ammirare la maestosità del Tempio Malatestiano, basta approffitare delle prossime festività, fiere, sagre e maifestazioni in una Rimini autunnale.
Le feste d’Autunno a Fiabilandia per i Bambini:
5 Ottobre la festa delle Mele
12 Ottobre festa della Pannocchia
19 Ottobre festa dei Frutti di bosco
26 Ottobre festa delle Castagne
1 Novembre festa dei piccoli finalissima sfilata in maschera, le più terrificanti, e premi per i vincitori.
Il Parco rimarrà aperto il 7-14-21-28-31 e 1 Novenbre.
2 Novembre festa della piada dei morti e per i grandi del vin Brulè con un ottimo Sangiovese!!
Curiositasui-mesi
Oggi è il 1° Ottobre, qui a Rimini la giornata è iniziata con un tiepido sole, di conseguenza anche la temperatura si è alzata.
Faccio gli auguri a tutti quelli nati in questo giorno augurando tanta salute e serenità.
Al 30 di Ottobre ritorneremo all’ora solare, quindi alle 3:00 sposteremo gli orologi e dormiremo un’oretta in più.
Ottobre deriva dal nome latino “Octobris” e indicava l’ottavo mese del calendario con 30 giorni, mentre durante la Repubblica Romana aveva 31 giorni.Solamente con il calendario Giuliano ed Augusteo indicò il decimo mese ma con giorni diversi: 30 e poi 31.
Octobris era un mese consacrato a Marte, dio della guerra, infatti i romani come vedevano Marzo come mese del risveglio, vedevano Octpbris come il mese che si poneva tra lo scontro dell’estate e dell’inverno, che ritornava per riprendere possesso del proprio tempo.
Il mese di Ottobre, naturalmente, per ogni popolazione aveva derivazioni e significati diversi, per i nativi americani, il popolo chiamato anche Pellerossa, Ottobre era “Luna del cambio di stagione,” o “Luna della caduta delle foglie”.
Tuttavia durante la Rivoluzione francese, subì totalmente dei cambiamenti:il periodo che andava dal 22 Settembre al 21 Ottobre fu chiamato “Vendémiaire” (Vendemmiaio) ed era considerato il primo mese dell’anno, quindi voleva dire che al 22 Settembre veniva festeggiato il Capodanno, mentre il periodo che dal 22 Ottobre andava al 20 Novembre fu chiamato “Brumaire” ( Brumaio)
Nel Medioevo Ottobre veniva rappresentato come un ccciatore o seminatore, infatti anche oggi si cacca e si preparono in campagna i terreni con semine che daranno il loro raccolto in primavera.
L’ottobre può essere, anche se malinconico, un mese dolcissimo e caldo. E’ il mese delle dolci mele granate, che esplodono mature mostrandoci i chicchi rosso rubino, delle silenziose passeggiate nei boschi dove tra foglie gialle e rosse si cercano le castagne o i funghi. E’ il mese di tutti quei frutti invernali: mele, cachi, giuggioli, pere cotogne, che forse non tutti conoscono ma che al forno sono di una delicata prelibatezza.
L’ottobre apre le porte all’Autunno, che dà inizio ai lunghi letarghi fino al nuovo risveglio.
Pensando a questo mese mi sovviene che fino al 1977 il 1° di Ottobre era in tutta Italia il primo giorno di scuola ed essendo inoltre San Remigio, tutti i bambini che terminato l’asilo entravano in Prima Elementare, venivano chiamati “remigini”.
A Rimini il 14 Ottobre si festeggia San Gaudenzo, nostro amato Patrono.
San GAUDENZO originario di Efeso, arrivò a Roma nel IV secolo, dopo essere stato ordinato Vescovo fu inviato a Rimini per annunciare il Vangelo. Nell’anno 359 partecipò al Concilio di Rimini indetto per condannare Ario.Abbandonato il Concilio con 17 VescoviI, si ritirò in una città vicina, che fu chiamata la Cattolica, tornato a Rimini attaccò le posizione Ariane, fu arrestato e linciato poi dai seguaci di Ario il 14 Ottobre del 360. Durante il suo Episcopato ordinò diacono Marino, fondatore della Repubblica di San Marino.
Oggi in Italia si aspetta con ansia il 31 Ottobre per travestirsi, decorare la casa e il giardino, offrire….. Dolcetto o Scherzetto?
E’ la festa di Halloween, importata dall’America, che ha anche un grosso riscontro commerciale

Fiabilandia sulla Statale 16, sta già preparando per questi nostri piccoli principini una grande festa. I parco rimarrà aperto per tutta la notte del 31 Ottobre, telefonando allo 0541/371182 si potranno avere informazione sui prezzi e programma,mentre guardando su abcvacanze informazione sugli hotel aperti tutto l’anno, che creano per queste occasioni pacchetti speciali.
Halloween non ha né origini Cattoliche, nè con la festa di Ognisanti, veniva inizialmente festeggiato a Maggio, nell’anno 834 venne spostato ad Ottobre, sovrapponendosi ad un’antica festa druiidica, che cadeva proprio al 31 Ottobre.
2000 Anni fa i Celti vivevano: in Francia, Inghilterra, Galles e Scozia e festeggiavano la la vigilia del nuovo anno al 31 Ottobre in onore del dio della morte Samham. I Celti credevano che gli spiriti malvagi tornassero in questo giorno per creare confusione, così la festa doveva placare Samham e gli spiriti.
Il nome Halloween deriva dall’inglese “All Saints’ Day”, riferito al primo Novembre festa di tutti i Santi e dalla fusione con ” All HallowedEve” vigilia di tutti i Santi al 31 Ottobre, abbreviato poi in “Halloween”.















